L’A.S.Po.L. replica al Comitato Tecnico Regionale!!!

L’A.S.Po.L. REPLICA AL COMITATO TECNICO REGIONALE!!!

Prima di affrontare la discussione, analizzando criticamente il lavoro svolto da una Associazione di colleghi, alla quale sono particolarmente affezionato, avverto il bisogno di chiarire ciò che penso: la bozza del Disciplinare predisposta dal Comitato Tecnico Regionale non è completamente da gettare via!

Tuttavia, ritengo utile che chiunque possa formulare pareri, osservazioni e suggerimenti nel merito delle tematiche anche più spinose e controverse; fermo restando che essi potranno essere un valido supporto al Comitato Tecnico Regionale, soltanto se preventivamente depurati dagli interessi personali, dai proclami e dalle rivendicazioni.

La questione della legittimità di alcuni specifici contenuti, dovrebbe invece essere affrontata con molta cautela. Sotto questo aspetto, ben farebbe il Comitato Tecnico Regionale, ad ascoltare le voci critiche degli esperti e dei colleghi poiché, qualora dopo l’approvazione definitiva venissero adombrati dubbi di legittimità nelle sedi più disparate (dal T.A.R. ai Tribunali Ordinari ed agli stessi Comuni, i quali potrebbero anche decidere di disapplicare il Disciplinare…), ciò getterebbe discredito sull’ottimo lavoro comunque svolto, e sugli stessi componenti del Comitato.

Il che vanificherebbe lo sforzo, condiviso sinora da tutti gli attori e dalla base, di imprimere uniformità alla Polizia Locale in ambito regionale.

È mia opinione che, i contenuti del Disciplinare tecnico, debbano essere, anzitutto legittimi e, solo secondariamente, equi e possibilmente condivisi.

Bisognerebbe poi intendersi sul significato che la legge attribuisce alla parola “grado”. La Legge N° 65/1986 è precedente alle riforme del pubblico impiego che hanno determinato la contrattualizzazione del rapporto di lavoro alle dipendenze dei Comuni; e, per comprendere il significato del termine, appare indispensabile analizzare lo scenario dell’epoca ed indagare le finalità perseguite dal legislatore attraverso tale previsione normativa. Orbene, quel che appare indiscutibile è che il “grado” rappresenta l’indicatore della classe di appartenenza di un lavoratore, nell’ambito di una gerarchia aziendale. Neppure può obiettarsi come esso segua parallelamente l’evoluzione professionale del lavoratore.

Tali affermazioni presuppongono che il “grado” debba essere immaginato proprio come un catalogo in cui sono annoverati, in sequenza, tutti i valori che può assumere un medesimo attributo professionale; ma ciò postula che l’attributo professionale di riferimento debba essere comune a tutti i lavoratori della Polizia Locale. È evidente che, la mancanza di una medesima unità di misura, complica la percezione del “quantum” professionale; per cui il “grado” stesso non avrebbe più alcuna utilità.

Attendo trepidante che qualcuno venga allo scoperto, e possa spiegare, pubblicamente, anche un solo valido motivo per cui, laddove venisse ritenuto valido per l’attribuzione dei “gradi” della cat. “C”, il medesimo meccanismo non possa o non debba valere anche per la cat. “D”, o viceversa.

Personalmente, ritengo che fino a quando l’ordinamento (e quindi anche la gerarchia) dei Corpi e dei Servizi di Polizia Locale risulterà attratto fra le materie di specifica competenza dei vari Comuni, la tanto agognata uniformità rimarrà disattesa.

Infatti, quanto maggiore sarà la tendenza a riprodurre fedelmente la gerarchia interna ai vari Corpi e Servizi, tanto minore sarà, in ambito regionale, l’uniformità derivata; e viceversa. Questo è il teorema!

Naturalmente, nulla impedisce alla Regione Autonoma della Sardegna (la quale è ora chiamata a stabilire i segni distintivi ed i simboli di grado, per un mero coacervo di Corpi e di Servizi) di schematizzare le entità salienti comuni a tutti gli operatori, e di escludere dal novero quelle entità atipiche o comunque localizzate.

Ma le uniche entità comuni a tutti gli operatori sono contenute nel vigente ordinamento professionale!

L’unica legittima soluzione, potrebbe essere di agganciare il “grado” alla griglia di classificazione professionale, distinguendo prioritariamente il personale dirigente da quello non dirigente, quest’ultimo tra specialisti ed agenti (alternativamente, tra istruttori direttivi ed istruttori) e, qualora si volessero poi prevedere delle ulteriori differenziazioni, distinguendo tra le varie posizioni economiche.

Una cosa, però, andrebbe intanto chiarita! Qualora intendesse perseguire un tale ambizioso obiettivo, la Regione Autonoma della Sardegna dovrebbe necessariamente svincolarsi dagli organigrammi in vigore nei vari Corpi e Servizi di Polizia Locale. Ed il “grado” professionale (quello, cioè, di cui ho pocanzi delineato i tratti salienti) non potrebbe mai interferire sulle vicende gerarchiche di ciascun Corpo o Servizio di Polizia Locale; esso avrebbe, in sostanza, una funzione meramente simbolica. In questo senso, la pretesa di radicare il binomio “grado-gerarchia” (tipico dell’ordinamento militare), tramite l’applicazione del Disciplinare, appare francamente risibile.

Detto questo, ritengo di dover richiamare il mio interlocutore immaginario al rispetto del principio di disinteresse personale, ed all’onesta intellettuale cui dovrebbe ispirarsi chiunque abbia il dovere di insegnare agli altri, od il potere di decidere per gli altri o sugli altri.

Forse si tratta di una precisazione superflua? O forse non lo è? Fatto sta che mi ritrovo, sempre più spesso, ad assistere alle rivendicazioni di taluni Comandanti che vorrebbero somigliare alle alte gerarchie militari dello Stato, dei colleghi anziani che vorrebbero prevalere sempre e comunque sui più giovani, dei “trombati” nelle selezioni per le progressioni economiche che vorrebbero vendicarsi sugli “accozzati”, dei sindacalisti che vorrebbero assurgere ad arbitri, e così via…

E, per motivi che sono intuibili a tutti, anche le caratteristiche di una divisa sembrano diventate motivo di scontro ideologico; ed un ottimo pretesto dietro il quale celare lotte intestine e rivendicazioni di ogni genere!

Credo che la soluzione pacificatoria, onde scongiurare una guerra dei “gradi”, vada ricercata nell’applicazione di un semplice automatismo; senza deroghe, eccezioni, distinzioni, clausole di salvaguardia, ecc., ecc..

Molti colleghi si chiederanno se sto scherzando! Ah! E perché mai?
Forse qualcuno preferirebbe un algoritmo appositamente studiato a tavolino che poi, per “pura casualità”, gli restituisca proprio “quel” grado che ha tanto desiderato? Forse, si!

E così, l’atteso Disciplinare tecnico, anziché divenire un’opportunità per migliorare l’immagine della Polizia Locale, pare ormai degradare ad una vergognosa sagra degli orticelli…

Come si potrebbero giustificare altrimenti le eccezioni ed i distinguo, ideati non soltanto dal Comitato Tecnico Regionale, ma con modalità ed effetti differenti anche dall’A.S.Po.L.?

Solo per citarne alcuni: gli agenti rimarrebbero “agenti”, mentre gli specialisti verrebbero ribattezzati “ufficiali”; per gli agenti verrebbero mutuate le denominazioni del grado dagli ordinamenti civili, mentre per gli ufficiali (rectius, specialisti) verrebbero mutuate dagli ordinamenti militari; i gradi degli agenti verrebbero attribuiti sulla base delle progressioni economiche, mentre quelli degli ufficiali (rectius, specialisti) verrebbero attribuiti sulla base della popolazione residente o del numero degli addetti… Oppure: i gradi degli agenti verrebbero attribuiti sulla base dell’anzianità di servizio, mentre i gradi degli ufficiali (rectius, specialisti) verrebbero attribuiti sulla base delle progressioni economiche…

Credo sia difficile non dubitare che le combinazioni dei suddetti criteri, siano state studiate proprio allo scopo di “far tornare i conti”… Senza il benché minimo scrupolo, ed a costo di inficiare la legittimità del D.P.G.R.!

Popolazione residente? Numero degli addetti?
La domanda nasce spontanea; così, almeno, direbbe qualcuno!
Ma allora, perché non tenere conto anche dell’estensione territoriale dell’ente? E della popolazione fluttuante? E del numero delle unità immobiliari? E del reddito pro-capite? E degli indici di sinistrosità stradale e di microcriminalità?
Forse questi ultimi sono indicatori meno attendibili rispetto a quelli prescelti dal Comitato Tecnico Regionale?

Mi permetto di divagare, facendo degli esempi a proposito di uno dei criteri adottati: il numero degli addetti!

  • Un Capitano dei Carabinieri, al quale può venire affidato un Comando Compagnia, ha competenza su tutto il territorio nazionale ed è sovraordinato gerarchicamente ad almeno 108.000 addetti; nel caso prospettato ha giurisdizione specifica su una molteplicità di Comuni e perciò dispone di una forza pari a non meno di 120 addetti. Invece, un Capitano di Polizia Locale, diverrebbe tale soltanto perché nominato responsabile della Polizia Locale di un Comune, od una Unione di Comuni con popolazione residente da 5.000 a 20.000 abitanti, o con personale compreso fra 7 e 14 addetti.
  • Un Tenente Colonnello dei Carabinieri, al quale può venire affidato un Comando Provinciale, ha competenza su tutto il territorio nazionale ed è sovraordinato gerarchicamente a circa 110.000 addetti; nel caso prospettato ha giurisdizione specifica su una intera Provincia e perciò dispone di una forza pari a non meno di 500 addetti. Invece, un Tenente Colonnello di Polizia Locale, diverrebbe tale soltanto perché nominato responsabile della Polizia Locale di un Comune, od una Unione di Comuni con popolazione residente da 30.001 a 100.000 abitanti, o con personale compreso fra 26 e 100 addetti.

Il confronto mi pare imbarazzante. Ma l’analogia terminologica è sin troppo equivoca!

Non meno arbitraria ed illegittima è la proposta fatta dall’A.S.Po.L. (presentata in occasione della Festa Regionale, lo scorso 27 gennaio, ad Arbus), la quale rivendica una assoluta centralità per l’anzianità di servizio, salvo poi considerarla per la sola categoria degli agenti e non anche per quella degli ufficiali (rectius, specialisti).

Forse gli amici dell’A.S.Po.L. hanno dimenticato che l’anzianità di servizio, quale elemento caratterizzante della progressione di carriera, è stata eliminata dall’ordinamento professionale ormai da tanti anni? E che ciò non è avvenuto per una svista del legislatore, bensì per una precisa scelta riformatrice in chiave meritocratica?

È risaputo che molti colleghi, deplorando giustamente taluni effetti patologici della c.d. “meritocrazia”, rivendicano un ritorno al sistema degli scatti automatici per anzianità; senza però accorgersi che tale dibattito attiene alla politica legislativa, e non al diritto!

Intanto, il vigente ordinamento professionale non attribuisce alcuna rilevanza all’anzianità!

Inoltre, i colleghi anziani trarrebbero dall’anzianità stessa, ingiustificatamente, un secondo ed ulteriore vantaggio. Ed infatti, oltre allo specifico distintivo di anzianità (vedasi l’art. UO23A dell’Allegato 2 alla bozza del Disciplinare predisposta dal C.T.R., il quale consiste in una placca di metallo, con un numero di stelle variabile da uno a cinque, o la torre dorata, al compimento rispettivamente dei dieci, quindici, venti, venticinque, trenta e trentacinque anni di servizio), essi potrebbero fregiarsi anche dei distintivi di “grado”, ripieni delle stesse ragioni per cui già si fregiano del distintivo di anzianità.

Pocanzi ho volutamente tralasciato di approfondire il significato che, preventivamente, deve essere attribuito al concetto di “anzianità”. E come dimostrerò, non si tratta di una questione di lana caprina.

Quando si parla di anzianità di servizio, presumo ci si riferisca a quel relitto previsto dai D.P.R. che, sino a qualche anno fa’, recepivano i contratti collettivi di lavoro (per comprendere di cosa si trattava, basta ripercorrere gli istituti della progressione economica per scatti e classi, cessata al 31/12/1982; e la retribuzione individuale di anzianità, la cui misura ultima venne prevista dal D.P.R. N° 333/1990, ed è anch’essa cessata!), per il quale si maturava il diritto alla percezione di predeterminati aumenti di stipendio, ciascuno dei quali decorreva dal compimento di prestabiliti intervalli temporali (tali erano i c.d. “scatti di anzianità”).

A tal fine giova ricordare che tale istituto consisteva, più precisamente, nell’anzianità di servizio maturata in quella specifica qualifica funzionale o livello retributivo. Non veniva cioè computata l’intera carriera del lavoratore.

È importante comprendere che non si tratta di una irrilevante sottigliezza giuridica, bensì di un particolare decisivo; per cui cercherò di spiegarmi meglio.

Nel caso del passaggio ad una qualifica superiore, infatti, l’anzianità di servizio valevole ai fini degli scatti di anzianità veniva azzerata; di conseguenza, gli aumenti dello stipendio derivanti dagli scatti pregressi venivano riassorbiti nel trattamento in godimento per la qualifica superiore.

Analoga procedura ha seguito l’art. 7 c. 4 del C.C.N.L. del 31/03/1999; il quale, prevedendo la collocazione del personale dell’area di vigilanza dalla 5^ alla 6^ Q.F., con decorrenza dal 01/01/1998, ha altresì disposto il conseguente riassorbimento dell’integrazione tabellare prevista dall’art. 37 c. 1 lett. a) C.C.N.L. 06/07/1995.

Tale disposizione ha pertanto provocato il passaggio ad una categoria professionale superiore, e l’inquadramento nel profilo professionale degli istruttori (in luogo di quello dei collaboratori), con conseguente migrazione alle declaratorie dei lavoratori diplomati (e quindi, non più in possesso della sola scuola dell’obbligo!).

Non vi è alcun dubbio sulla portata innovativa della disposizione in questione, la quale ha previsto uno scivolo automatico in favore del personale già inquadrato nella 5^ Q.F. (ancorché in possesso della sola licenza di scuola media inferiore!), al solo scopo di prevenire l’insorgenza di quegli effetti pregiudizievoli che, l’altrimenti inevitabile disallineamento professionale con il personale diplomato neoassunto (il quale sarebbe stato inquadrato già inizialmente in cat. “C”) avrebbe certamente sortito.

Per questi motivi, l’anzianità di servizio del personale attualmente inquadrato nella cat. “C”, potrebbe decorrere soltanto dal 01/01/1998.

L’unica eccezione potrebbe interessare esclusivamente il personale che, pur essendo già inquadrato nella 6^ Q.F. prima del 01/01/1998, non ha tuttavia potuto beneficiare delle disposizioni speciali previste dall’art. 29 del C.C.N.L. 14/09/2000, ed ha quindi mantenuto sostanzialmente invariato un medesimo mansionario.

Tra l’altro, nella speranza di soddisfare i colleghi nostalgici ed ammiccanti, ritengo opportuno sottolineare che gli ordinamenti delle Forze di Polizia prevedono un meccanismo pressoché identico; ove l’anzianità di servizio valevole ai fini della gerarchia e dell’avanzamento, è riferita alla permanenza nell’ultimo grado o qualifica posseduti, e non all’intero percorso di carriera.

Sarei curioso di sapere se chi ha avanzato la proposta di imperniare il grado sull’anzianità di servizio, vorrà ancora una volta ribadirne la bontà, pur sapendo di non poter vantare una anzianità superiore ai 14 anni!

Magari verrà proposto di computare l’anzianità di carriera, a prescindere dalla categoria di appartenenza!

Ma questo significherebbe che, un dipendente di cat. “C”, con 30 anni di servizio, potrebbe avere un grado superiore ad un dipendente di cat. D/3 giuridica, con solo 20 anni di servizio; e ciò condurrebbe a risultati che non esito a definire aberranti.

Chiudo questa mia dissertazione nella consapevolezza che, la disputa per la spartizione degli uncinetti, della rubinetteria e delle stelle alpine, continuerà ancora a lungo. Probabilmente è tutta una questione di vanità.

Certo, che il vigente ordinamento professionale contrattuale abbia causato delle distorsioni, talvolta anche gravi, mi pare di tutta evidenza. Ma non è creandone delle altre persino peggiori, e neppure scaricando le nostre frustrazioni professionali sui gradi (analcolici), che potremo risolvere i problemi della Polizia Locale!

Perché fintanto che dilagherà la “sindrome di Napoleone”, fintanto che non sapremo convogliare le istanze di rivendicazione sindacale e professionale nelle loro sedi naturali, fintanto che non matureremo un autentico spirito corporativo… Uhm! Credo proprio che sino ad allora rimarremo dei miseri Vigili Urbani!

E su queste premesse non varranno ad elevarci, né una legge di riforma, né gli orpelli che avremo a corredo dell’uniforme.

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