Gli oneri connessi all’uniforme: a chi competono?

PREMESSA

Una delle problematiche più controverse e spinose che affliggono i lavoratori della Polizia Municipale, contrapponendoli alle rispettive Amministrazioni Comunali, riguarda la sostenibilità degli oneri connessi all’uniforme.

Senza in alcun modo sostenere tesi improponibili od assurde, ciò che intendo dimostrare è che nessuna norma impone al lavoratore di farsi carico dei relativi costi, né di sopportare la − non trascurabile − riduzione dello stipendio effettivo che ne deriva, discriminando i lavoratori della Polizia Municipale dagli altri lavoratori del comparto delle Regioni e delle Autonomie Locali.

Sul punto è stato detto di tutto, e talvolta anche di più!
Molto spesso si è fatto ricorso ad intricati sofismi, celando convinzioni ideologiche o valutazioni di mera convenienza, ben lungi dal ricercare la reale soluzione del problema che, come spesso accade in natura, potrebbe essere proprio quella più semplice!

Qualcuno sostiene che il provvedimento di assegnazione in dotazione individuale costituisca, di fatto, una sorta di liberatoria dagli oneri conseguenti, in favore dell’Amministrazione che vi provvede; dimenticando quindi che, a prescindere dalla formula giuridica prescelta (determinazione, ordinanza, decreto, ordine di servizio, ecc.), il fatto in sé dell’assegnazione dell’uniforme costituisce manifestazione del potere disciplinare, ed è perciò riconducibile alla gestione del rapporto di lavoro.

Per ragioni di sintesi espositiva ometterò di enucleare la vasta gamma di soluzioni giuridiche o presunte tali, sinora proposte dalle varie Amministrazioni Comunali nell’intento di legittimare la mancanza di spogliatoi presso i luoghi di lavoro, l’incuria dei dispositivi di protezione individuale (DPI), e la pretesa di scaricare sui lavoratori i costi di manutenzione delle uniformi.

Ma, prima di iniziare questa dissertazione, vorrei sgombrare il campo da eventuali accuse di fare rivendicazione sindacale.

A mio modestissimo avviso, infatti, non c’è proprio nulla da contrattare. Si tratta solo di applicare le norme già esistenti!
Ed in questo scritto cercherò di dimostrare chi deve fare che cosa, e soprattutto perché.

FONTI

L’art. 4 c. 1° Legge N° 65/1986, attribuisce alla potestà regolamentare dei Comuni la competenza a stabilire disposizioni tese a stabilire che le attività della Polizia Municipale vengano svolte in uniforme, e che possano essere svolte in abito civile quando ciò sia strettamente necessario per l’espletamento del servizio e venga autorizzato.

L’art. 6 c. 4° Legge N° 65/1986 attribuisce invece alla potestà legislativa delle Regioni la competenza all’adozione dei criteri generali concernenti l’obbligo dell’uniforme e le modalità d’uso. In Sardegna, la L.R. N° 9/2007 non ha previsto alcun criterio generale in tal senso.

Ulteriori fonti sussidiarie, valevoli soltanto per taluni specifici servizi, sono:

  • gli artt. 12 c. 5° e 43 c. 6° del D.Lgs N° 285/1992 (il codice della strada);
  • l’art. 24 del D.P.R. N° 495/1992 (il regolamento di esecuzione ed attuazione del codice della strada);
  • l’art. 5 cc. 1° e 2°, e l’art. 7 del Decreto Ministeriale N° 145/1987.

Le fonti integrative che disciplinano la salute e sicurezza dei luoghi di lavoro, sono:

  • gli artt. 63 c. 1°, 64 c. 1° lett. a) , 74 c. 2°, 77 c. 4° lett. a), del D.Lgs N° 81/2008, ed il paragrafo 1.12 dell’Allegato IV;
  • l’art. 4 c. 3° lett. d) del D.Lgs N° 475/1992;
  • l’art. 183 del D.P.R. N° 495/1992;
  • il D.M. Lavori Pubblici del 09/06/1995.

Le norme riguardanti la gestione del rapporto di lavoro sono invece contenute negli artt. 2082-2221 del codice civile.
Nessun contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) stabilisce, ovviamente, alcuna norma al riguardo.

QUESTIONI PRELIMINARI

Prima di affrontare la discussione di merito ritengo indispensabile dare una risposta a tre interrogativi preliminari:

  • Cos’è l’uniforme?
  • A cosa serve l’uniforme?
  • A chi appartiene l’uniforme?

L’uniforme è un compendio di capi di abbigliamento, DPI ed accessori, conforme ad un disciplinare standard che ne stabilisce foggia e colori, ed univocamente destinato ad identificare una organizzazione pubblica o privata.
La risposta alla terza domanda è insita nelle precedenti. Tuttavia, prima di trarre delle affrettate conclusioni logico deduttive, ritengo fondamentale analizzare, da un punto di vista economico−aziendale, il contesto produttivo cui inerisce.

Com’è noto, i fattori della produzione consistono nelle risorse (INPUTS) utilizzate in una impresa per produrre beni e servizi (OUTPUTS), e cioè:

  • L’ORGANIZZAZIONE − È imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi (art. 2082 c.c.). − L’imprenditore è il capo dell’impresa, e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori (art. 2086 c.c.). − L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro (art. 2087 c.c.). In sintesi, l’imprenditore organizza l’impresa, ne definisce la politica e si assume il rischio e tutti gli oneri inerenti alla conduzione della stessa.
  • IL LAVORO − È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro, intellettuale o manuale, alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore (art. 2094 c.c.). − Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione (art. 2103 c.c.). − Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale (art. 2104 c.c.). In sintesi, il lavoratore subordinato è tenuto a prestare il proprio lavoro, con fedeltà e sotto la direzione dell’imprenditore.
  • IL CAPITALE − L’azienda è il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa (art. 2555 c.c.). I beni aziendali sono quelli funzionalmente collegati all’esercizio dell’impresa. Sono strumentali tutti quei beni, materiali (autoveicoli, arredi per l’ufficio, computers, fotocopiatrici, ecc.) ed immateriali (software, brevetti, know-how, ecc.), la cui durata economica si estende per più di un periodo, e la cui destinazione è funzionale alle esigenze della produzione di altri beni o servizi. Dal punto di vista fiscale, i beni materiali sono strumentali soltanto se durevoli ed atti ad essere utilizzati, ma non consumabili o distruggibili per effetto del loro utilizzo, bensì soggetti ad usura o deperimento. I beni intermedi sono invece tutti quei beni di consumo (carburanti, carta, penne, toner, ecc.) funzionali alla produzione e che, consumandosi, esauriscono la loro utilità economica trasmettendone il valore al prodotto finale.
  • IL PRODOTTO − I beni finali prodotti dalla Polizia Municipale sono di carattere eminentemente immateriale; sono cioè dei servizi (sicurezza della circolazione stradale, giustizia, tutela dell’ambiente e del decoro urbano, ecc.).

Le uniformi, così come gli autoveicoli, le fotocopiatrici, i computers e gli arredi degli uffici, costituiscono una parte dell’insieme dei beni strumentali.

Certo, qualcuno potrebbe anche sostenere che le uniformi vadano classificate tra i beni di consumo intermedi, piuttosto che tra i beni strumentali, a causa della loro controversa durevolezza. In realtà, se soltanto considerassimo la voce “Uniformi” con riferimento alla loro complessiva consistenza aziendale, allora potremmo accettare la conclusione che trattasi di un’unica entità contabile, suscettibile di ammortamento in più esercizi finanziari.

Tuttavia, insistere a favore dell’una o dell’altra opinione potrebbe risultare fuorviante dato che, per ciò che qui rileva, siffatta distinzione non appare determinante. È infatti pacifico che le uniformi facciano parte dei beni aziendali.
Ed è assai evidente che la loro organizzazione nell’ambito dell’impresa (dall’acquisto al trasporto, dall’allocazione all’utilizzo, alla manutenzione, ecc.), costituisce espressione del potere imprenditoriale.

Nessuno oserebbe sostenere che il lavoratore subordinato debba farsi carico di provvedere, con risorse proprie, alle spese inerenti i beni aziendali, siano essi strumentali od intermedi. Tale aspetto è infatti peculiare rispetto al lavoro autonomo!
Al contrario, per ragioni mai dichiarate, c’è chi pretende di scaricare gli oneri di custodia e di manutenzione delle uniformi sui lavoratori della Polizia Municipale!

Ed ecco riecheggiare i primi due interrogativi preliminari!

Non avevamo forse chiarito che le uniformi della Polizia Municipale appartengono all’Amministrazione Comunale, la quale ne dispone per il raggiungimento delle proprie finalità, assegnandole esclusivamente per l’espletamento del servizio?
Qualcuno ritiene forse che l’assegnazione dell’uniforme in dotazione individuale (ed altrettanto dicasi per le armi) comporta implicitamente il trasferimento della proprietà o di altro diritto reale di godimento, in favore del personale assegnatario?
Magari proprio il diritto d’uso, di cui all’art. 1021 c.c.?
Tale conclusione sarebbe paradossale! Anche perché, in tal caso, il lavoratore potrebbe servirsi dell’uniforme per soddisfare i bisogni suoi e della propria famiglia (mica quelli dell’Amministrazione); anche eventualmente indossandola quando si reca a fare la spesa, piuttosto che durante l’espletamento del servizio!
Alla stessa stregua non può parlarsi di possesso (il quale consiste in un potere che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale), né di detenzione qualificata (la quale presuppone la titolarità di un diritto personale di godimento).
Altra ipotesi suggestiva, ma non meno infondata, è quella dell’assegnazione dell’uniforme in comodato d’uso. Chi la sostiene dimentica forse che il comodato è un contratto (art. 1803 c.c.), e che ciò presupporrebbe un previo negoziato conclusosi con un accordo in tal senso; una prospettiva, quest’ultima, del tutto irriducibile a quella per cui si discute, giacché l’assegnazione dell’uniforme avviene invece, nell’interesse e per volontà esclusiva dell’Amministrazione Comunale, e senza che il lavoratore vi si possa sottrarre.

Ma qual è, allora, il motivo di una tale aberrazione giuridica?
Ovvio… Con l’avvento delle gestioni manageriali, anche le pubbliche amministrazioni si organizzano oramai secondo logiche tipiche dell’imprenditore privato, e cioè tentando ogni possibile escamotage pur di abbattere i costi della produzione!

In seguito vedremo che una tale pretesa (attribuire, cioè, gli oneri di custodia e di manutenzione delle uniformi ai lavoratori subordinati), è assolutamente infondata in punto di diritto e poggia, in realtà, su un grossolano equivoco.

Come già detto in precedenza, l’imprenditore è il capo dell’impresa; ed il lavoratore subordinato è tenuto a collaborare sotto la sua direzione.
È evidente che l’imprenditore può imporre ai propri subordinati anche di provvedere alla manutenzione dei beni strumentali a loro assegnati, purché tale attività rivesta carattere complementare e sia accessoria rispetto alle loro mansioni principali, che debbono comunque rimanere prevalenti (ad eccezione di quei soli casi in cui rappresenta proprio l’oggetto del contratto di lavoro).
Ebbene, tale è sicuramente il caso dei lavoratori della Polizia Municipale; ai quali ben può essere prescritto il lavaggio rapido dell’autovettura di servizio, la lubrificazione delle armi, nonché la vestizione e la manutenzione (lavaggi, stirature, ecc.) delle uniformi assegnate in dotazione.
Si badi che ciò avviene quotidianamente nelle imprese edili, dove l’imprenditore esige dagli operai il lavaggio delle betoniere, dei paioli e delle cazzuole; e negli uffici pubblici e privati, dove il dirigente esige che gli impiegati provvedano a fare anche le fotocopie, a spegnere le luci degli uffici alla chiusura, portare i faldoni negli archivi, ecc..
Tali esigenze sono certamente lecite e, qualora richieste, debbono venire soddisfatte.
Al contrario, debbono invece ritenersi abusive quando degradano nel demansionamento od esorbitano dall’ambito aziendale e, soprattutto, esplicano i loro effetti al di fuori dell’orario di lavoro.

Ed ecco finalmente svelato l’equivoco!
Se l’imprenditore prescrivesse al lavoratore di indossare un’uniforme e di provvedere poi alla sua manutenzione, in azienda, durante l’orario di lavoro e mediante l’utilizzo degli strumenti e beni di consumo aziendali, l’adempimento rimarrebbe un atto dovuto!
Tuttavia, l’imprenditore non può mica pretendere che il lavoratore sostenga, con risorse proprie, i costi per l’acquisto o per la pulizia dell’uniforme.
Altrimenti, e ciò sarebbe chiaramente assurdo, egli potrebbe voler assegnare al lavoratore persino i veicoli aziendali; per poi pretendere, analogamente, che questi ne assuma i relativi oneri (assicurazione, bollo, manutenzione, carburanti, lubrificanti, ecc.). E così, via! Trascinando pertanto il lavoratore in una spirale perversa, che lo condurrebbe inesorabilmente a garantire l’imprenditore dal rischio d’impresa!
Per le stesse motivazioni, l’imprenditore non può nemmeno pretendere che il lavoratore vesta e svesta l’uniforme al di fuori dell’orario di lavoro.

Infatti, l’orario di lavoro segna il confine tra il momento in cui il lavoratore è soggetto al potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro, ed il momento in cui ne è sottratto.

In definitiva, può tranquillamente affermarsi che, al di fuori dell’orario di lavoro, il lavoratore non soggiace né a questa né ad altre manifestazioni del potere imprenditoriale. Questa è la regola aurea!

Alcuni professionisti dell’eristica sostengono che le Amministrazioni Comunali non potrebbero farsi carico degli oneri connessi all’uniforme, neppure se lo volessero, poiché manca nell’ordinamento giuridico una espressa previsione in tal senso…

Orbene, la sfrontata capziosità di un’affermazione così palesemente priva di pregio, non richiede certo dotte argomentazioni giuridiche per venire confutata!

Non è forse un principio di buon senso, prima ancora che di diritto, quello secondo cui alla manutenzione di una cosa debba provvedervi il proprietario? E ciò risulta talmente scontato che, il codice civile, dispone diversamente esclusivamente in taluni specifici casi (nella locazione, nell’usufrutto, ecc.).

Il discorso andrebbe quindi capovolto! Magari ponendo l’interrogativo sull’eventuale esistenza di una norma (da dimostrare) che attribuisce al lavoratore gli oneri connessi all’uniforme; e che ne esonera, contestualmente, il rispettivo proprietario!

DISCUSSIONE

La discussione sulla pretesa sostenibilità degli oneri connessi all’uniforme di servizio deve essere distinta, concettualmente, in tre distinte componenti:

  1. la sostenibilità degli oneri connessi alla manutenzione ed alla custodia dei soli capi d’abbigliamento diversi dai DPI (ai sensi dell’art. 74 c. 2° del D.Lgs N° 81/2008, non costituiscono DPI gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore);
  2. l’obbligo di mantenere in efficienza i DPI, di assicurarne le condizioni d’igiene mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie, e secondo le eventuali indicazioni fornite dal fabbricante (costituiscono DPI soltanto quei capi d’abbigliamento e taluni accessori, destinati ad essere indossati e tenuti dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, e cioè i capi d’abbigliamento ad alta visibilità di cui al D.M. LL.PP. del 09/06/1995, in riferimento all’art. 183 del D.P.R. N° 495/1992, e quelli destinati a proteggere il lavoratore dagli ordinari fenomeni atmosferici, di cui all’art. 4 c. 3° lett. d) del D.Lgs N° 475/1992);
  3. la retribuzione dei tempi necessari alla vestizione ed alla svestizione dell’uniforme, nell’ipotesi in cui venga imposto al lavoratore di provvedervi al di fuori dei luoghi di lavoro o dell’orario giornaliero di lavoro, determinando il superamento dell’orario settimanale d’obbligo contrattuale (36 o 35 ore).

Le prime due componenti possono discutersi congiuntamente dato che l’uniforme della Polizia Municipale è costituita, almeno in parte, da taluni capi di abbigliamento (il giaccone tecnico, gli indumenti antivento, termici, impermeabili o ad alta visibilità, i guanti, le calzature tecniche, gli anfibi, ecc.), nonché ulteriori accessori (la fodera del cappello, il gilet ed i manicotti ad alta visibilità) che assolvono concretamente alla funzione di DPI; relativamente ai quali, l’obbligo di provvedere è espressamente posto a carico del datore di lavoro dall’art. 77 c. 4° lett. a) del D.Lgs N° 81/2008, pena l’applicazione delle sanzioni penali di cui all’art. 87 c. 2° lett. d) del citato D.Lgs N° 81/2008.

Inoltre, dato che i DPI sono di presidio all’integrità fisica dei prestatori di lavoro, qualsiasi inadempienza del datore di lavoro ricadrebbe nell’ambito della tutela di cui all’art. 2087 c.c.

Vale la pena di rammentare che talvolta, la specificità dei capi da manutenere impone l’uso di determinati presidi sanitari.
Basti pensare ai rischi per la salute derivanti dal contatto con animali (soprattutto i cani randagi), con persone malate e con ambienti malsani od insalubri (come nel caso di intervento per l’esecuzione di trattamenti sanitari obbligatori, oppure presso la dimora di persone portatrici di disagio sociale, ecc.), ed alla possibilità di diffondere malattie infettive; le quali potrebbero venire veicolate proprio da indumenti di lavoro non adeguatamente trattati subito dopo l’uso!
Si badi che i relativi costi, se posti a carico del lavoratore, ed avuto riguardo anche alla loro frequenza, rappresenterebbero una indebita diminuzione dello stipendio effettivo, di entità affatto trascurabile.

Con la Sentenza N° 15202 del 23/06/2010, la Corte di Cassazione ha tra l’altro affermato che: “Quanto al primo motivo deve considerarsi che questa Corte (Cass., sez. lav., 5 novembre 1998, n. 11139) ha già affermato che l’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 379 fino alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 626 del 1994 e ai sensi dell’articolo 40, articolo 43, commi 3 e 4 di tale Decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa; le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (articolo 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni; ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni. Cfr. anche Cass., sez. lav., 14 novembre 2005, n. 22929, secondo cui l’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, articolo 379 fino alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 626 del 1994 e ai sensi dell’articolo 40, articolo 43, commi 3 e 4, di tale Decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (articolo 32 Cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni. In senso conf. v. anche Cass., sez. lav., 20 maggio 2009, n. 11729, che ha sottolineato come il ricorso alle nozioni di comune esperienza attiene all’esercizio di un potere discrezionale riservato al giudice di merito, il cui giudizio circa la sussistenza di un fatto notorio può essere censurato in sede di legittimità solo se sia stata posta a base della decisione una inesatta nozione del notorio, da intendere come fatto conosciuto da un uomo di media cultura, in un dato tempo e luogo; ha quindi confermato la sentenza impugnata che, nel far applicazione del notorio relativamente alla circostanza che gli indumenti di lavoro forniti ai dipendenti addetti alle operazioni di raccolta dei rifiuti abbisognino di lavaggi periodici, aveva condannato il datore di lavoro a provvedere al lavaggio degli indumenti a sue spese.“.

La terza componente si fonda invece sul vantaggio ricavabile dall’Amministrazione Comunale, quale conseguenza diretta ed immediata di una condotta pervicacemente omissiva, in danno del lavoratore.
In prima analisi, l’omesso allestimento di locali spogliatoi conformi ai requisiti di cui al paragrafo 1.12 dell’Allegato IV D.Lgs N° 81/2008, laddove i lavoratori debbano indossare degli indumenti di lavoro specifici (come nel caso della Polizia Municipale!), appare già di per sé sufficiente ad integrare gli estremi del reato di cui all’art. 68 cc. 1° lett. b) e 2° D.Lgs N° 81/2008.
Tale situazione ha poi come corollario l’impossibilità per il lavoratore di provvedere alla custodia, alla vestizione e svestizione delle uniformi e dei DPI, in ambito aziendale.

A rendere insopportabili tali omissioni del datore di lavoro contribuisce poi, in modo decisivo, l’arbitraria pretesa di escludere i tempi necessari per il quotidiano svolgimento delle operazioni di cui sopra, dall’orario giornaliero di lavoro.
Ciò implica che le prestazioni complessivamente rese dal lavoratore risulteranno, quindi, quantitativamente maggiori rispetto a quelle d’obbligo contrattuale (36 o 35 ore settimanali).

A molte persone questo discorso potrà apparire pretestuoso… Prima di entrare nello specifico, perciò, ritengo indispensabile rimuovere ogni pregiudizio e fugare quei dubbi che, un esame molto approssimativo, potrebbe suscitare.
Indossare una uniforme è operazione che necessita di tempi affatto assimilabili alla vestizione di un semplice camice od una tuta sopra l’ordinario abbigliamento. Ciò presuppone, infatti, la denudazione della persona e l’integrale sostituzione dei capi di abbigliamento, sui quali andranno poi applicati anche degli accessori (placche, fregi, alamari, tubolari ecc.).

Come si vedrà in seguito, siffatte operazioni rientrano a pieno titolo nella nozione di orario di lavoro, e dovrebbero pertanto venire retribuite. L’uso dell’uniforme, infatti, discende da una imposizione dal datore di lavoro, che ne disciplina nel dettaglio i tempi, i luoghi e le modalità.

L’obbligo dell’uniforme e le eventuali deroghe, per la Polizia Municipale, scaturiscono dal Regolamento Comunale di cui all’art. 4 della Legge N° 65/1986.

Ad esempio, l’art. 37 − Presentazione in servizio − del Regolamento di Servizio della Polizia Municipale di Cuglieri, approvato con Deliberazione del Consiglio Comunale N° 54 del 30/04/1992, dispone che: “Il personale di Polizia Municipale ha l’obbligo di presentarsi in servizio all’ora stabilita, presso l’unità a cui è assegnato, in perfetto ordine nella persona e con il vestiario, l’equipaggiamento ed armamento prescritti.“.

Ciò dimostra ampiamente che non vi è alcuna possibilità di scelta per il lavoratore; se, cioè, indossare l’uniforme o meno.
Se ne deduce, inoltre, che lo svolgimento delle operazioni di vestizione e di svestizione dell’uniforme deve avvenire, sempre e comunque, al di fuori dell’orario giornaliero d’obbligo contrattuale; avvantaggiando così l’Amministrazione Comunale che, in tal modo, riesce ad avvalersi di maggiori tempi di lavoro effettivo pur invadendo senza scrupoli il tempo libero del lavoratore.

L’art. 54 − Cura della divisa − del medesimo regolamento in esempio, dispone che: “… È fatto divieto al personale della Polizia Municipale di indossare la divisa o parte di essa, fuori servizio o comunque in luoghi, circostanze o per l’esecuzione di lavori e incombenze non conformi al suo decoro. … I capi di vestiario dovranno essere custoditi con la massima diligenza. In caso di deterioramento imputabile a negligenza, si applicheranno i provvedimenti disciplinari previsti per la negligenza in servizio.“.

È evidente come siffatte disposizioni producano effetti che si estendono al di fuori dell’orario di lavoro (nel quale il lavoratore soggiace al potere datoriale), comprimendo la libera espressione della personalità del lavoratore, senza peraltro prevedere alcuna remunerazione.

Ed è palese il disagio sofferto dal lavoratore al quale, dopo aver strisciato il badge marcatempo a conclusione della giornata lavorativa (ma avere, tuttavia, ancora indosso l’uniforme), viene vietato di recarsi all’ambulatorio medico, al market più vicino per fare la spesa od anche di trattenersi al bar per assistere ad una partita di calcio!

Disagio che, per l’appunto, verrebbe reso ancora più afflittivo proprio nell’ipotesi in cui i luoghi di lavoro non fossero conformi ai requisiti di salute e di sicurezza indicati nel paragrafo 1.12 (spogliatoi e armadi per il vestiario) dell’Allegato IV, ai sensi dell’art. 63 c. 1° D.Lgs N° 81/2008; sicché il lavoratore verrebbe costretto a fare rientro al proprio domicilio (distante talora numerosi chilometri!) onde svestire l’uniforme, prima di riappropriarsi della libertà di movimento.

Con la Sentenza N° 9215 del 07/06/2012, la Corte di Cassazione ha tra l’altro affermato: “La questione sottoposta alla Corte con il terzo motivo è stata ripetutamente affrontata in sede di legittimità, tanto che si è ormai formato un orientamento sufficientemente consolidato da poter essere brevemente, a questo punto, richiamato. La Suprema Corte nella sentenza del 22.07.2008 n. 20199, ha stabilito “che rientra nell’orario di lavoro il tempo impiegato dal dipendente per la vestizione e la rivestizione della divisa aziendale, quando luogo e tempo dell’operazione siano imposti dal datore di lavoro” (cfr. Cass. 2 luglio 2009 n. 15492, ma vedi, altresì, la conforme Cass. 14919 del 25.6.2009); ha, poi, nell’interpretare il R.D.L. 5 marzo 1923, n. 692, art. 3, a norma del quale “è considerato lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un’occupazione assidua e continuativa”, affermato che tale disposizione non preclude che il tempo impiegato per indossare la divisa sia da considerarsi lavoro effettivo e che esso debba essere pertanto retribuito ove tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione avvero si tratti di operazioni di carattere strettamente necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell’attività lavorativa (cfr.: Cass. 14 aprile 1998 n. 3763; Cass. 21 ottobre 2003 n. 15734; Cass. 8 settembre 2006 n. 19273).“.

CONCLUSIONI

  1. − CIRCA LA SOSTENIBILITÀ DEGLI ONERI CONNESSI ALLA MANUTENZIONE ED ALLA CUSTODIA DEI SOLI CAPI D’ABBIGLIAMENTO DIVERSI DAI DPI.

    La questione degli costi di manutenzione dei capi d’abbigliamento diversi dai DPI, assegnati in dotazione individuale al lavoratore, andrebbe prioritariamente definita attraverso la convenzione con un’impresa di lavanderia, a cura e spese dell’Amministrazione Comunale.
    Diversamente, l’unica tutela legale azionabile dal lavoratore resta la proposizione di una domanda giudiziale, volta ad ottenere la condanna dell’Amministrazione Comunale al pagamento di un’indennità, ai sensi dell’art. 2041 c.c..
    In quest’ultima ipotesi, però, il lavoratore dovrà allegare ai fatti anche il riconoscimento dell’utilità della prestazione da parte dell’Amministrazione Comunale; il quale talvolta potrebbe anche risultare implicito.
    Con la Sentenza N° 4818 del 26/03/2012, la Corte di Cassazione ha infatti affermato: “La giurisprudenza di legittimità ha affermato che l’azione di indebito arricchimento nei confronti della pubblica amministrazione differisce da quella ordinaria in quanto non è sufficiente il fatto materiale dell’esecuzione di un’opera o di una prestazione vantaggiosa per l’ente pubblico, che deve essere provato dall’attore, ma è necessario che l’ente abbia riconosciuto l’utilità dell’opera o della prestazione in maniera esplicita, con atto formale, ovvero in modo implicito. Il riconoscimento implicito, a differenza di quello esplicito, che deve essere adottato dagli organi deliberativi dell’ente, può promanare anche dagli organi rappresentativi dell’ente pubblico (ne caso del Comune, dal sindaco nella sua qualità di legale rappresentante del Comune L. 8 giugno 1990, n. 142, ex art. 36). Esso tuttavia presuppone pur sempre o atti formali degli organi deliberativi ovvero comportamenti, quali la consapevole utilizzazione della prestazione o dell’opera, posti in essere, senza il rispetto delle prescritte formalità, dagli organi rappresentativi, dai quali si possa desumere inequivocamente e con certezza un effettivo giudizio positivo circa il vantaggio o l’utilità dell’opera o della prestazione eseguita dal privato. Ai fini del riconoscimento implicito sono invece ininfluenti la semplice conoscenza dell’esecuzione dell’opera o della prestazione, acquisita dalla pubblica amministrazione in un momento successivo, ovvero la consapevole tolleranza dell’altrui apporto vantaggioso, trattandosi di elementi non casualmente collegati ad un comportamento del sindaco idoneo a mettere a disposizione dell’ente la prestazione o l’opera e a manifestare con fatti concludenti e univoci il riconoscimento della loro utilità (Cass. 27 giugno 2002, n. 9348). Sempre nello stesso senso, quanto alla necessità che vi sia una forma di utilizzazione della prestazione consapevolmente attuata dagli organi istituzionalmente rappresentativi della Pubblica Amministrazione, Cass. 26 luglio 1999, n. 8070, Cass. 30 gennaio 2008, n. 2312; Cass. 18 giugno 2008, n. 16595; Cass. 14 ottobre 2008, n. 25156 Cass. 4 marzo 2008, n. 5206.“.

  2. − CIRCA L’OBBLIGO DI MANTENERE IN EFFICIENZA I DPI, DI ASSICURARNE LE CONDIZIONI D’IGIENE MEDIANTE LA MANUTENZIONE, LE RIPARAZIONI E LE SOSTITUZIONI NECESSARIE, SECONDO LE EVENTUALI INDICAZIONI FORNITE DAL FABBRICANTE.

    La questione dell’obbligo di mantenere in efficienza, di assicurarne le condizioni d’igiene mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie dei DPI assegnati in dotazione individuale, dovrebbe definirsi esclusivamente attraverso la convenzione con impresa specializzata nel settore, a cura e spese dell’Amministrazione Comunale.
    Appare dubbia la legittimità degli eventuali accordi sindacali (ancorché sottoscritti in sede di contrattazione decentrata integrativa), se e nella stessa misura gli stessi siano introduttivi di deroghe a norme cogenti.
    Con la Sentenza N° 22929 del 14/11/2005, la Corte di Cassazione ha infatti stabilito: “E’ nulla la norma di un contratto collettivo che ponga a carico dei lavoratori la pulizia degli abiti di lavoro. L’idoneità degli indumenti di protezione che il datore di lavoro deve mettere a disposizione dei lavoratori – a norma dell’art. 379 del d. P.R. n. 547 del 1955 fino alla data di entrata in vigore del d.lg. n. 626 del 1994 e ai sensi degli art. 40, 43, commi 3 e 4, di tale decreto, per il periodo successivo – deve sussistere non solo nel momento della consegna degli indumenti stessi, ma anche durante l’intero periodo di esecuzione della prestazione lavorativa. Le norme suindicate, infatti, finalizzate alla tutela della salute quale oggetto di autonomo diritto primario assoluto (art. 32 cost.), solo nel suddetto modo conseguono il loro specifico scopo che, nella concreta fattispecie, è quello di prevenire l’insorgenza e il diffondersi d’infezioni. Ne consegue che, essendo il lavaggio indispensabile per mantenere gli indumenti in stato di efficienza, esso non può non essere a carico del datore di lavoro, quale destinatario dell’obbligo previsto dalle citate disposizioni. I lavoratori hanno diritto al risarcimento del danno per l’inadempienza dell’azienda all’obbligo di provvedere alla pulizia degli abiti da lavoro.“.
    In questo caso, però, diversamente dalla questione relativa alla manutenzione dei soli capi d’abbigliamento diversi dai DPI, le tutele legali per il lavoratore sono molteplici e pregnanti.
    In primo luogo, le omissioni dell’Amministrazione Comunale potrebbero condurre ad una condanna al risarcimento dei danni, ai sensi dell’art. 2087 c.c..
    Inoltre, laddove la prestazione richiesta al lavoratore comporti dei rischi per la sicurezza o per la salute, e gli specifici DPI in dotazione non si rivelino efficienti (circostanze da valutarsi con buona fede), questi potrebbe persino rifiutarsi di eseguirla, sollevando una eccezione d’inadempimento ai sensi dell’art. 1460 c.c..
    Esiste infine una tutela di carattere penale che punisce:

    • la non conformità dei luoghi di lavoro ai requisiti descritti nel paragrafo 1.12 (spogliatoi e armadi per il vestiario) dell’Allegato IV, con l’applicazione delle sanzioni previste dall’art. 68 cc. 1° lett. b) e 2° D.Lgs N° 81/2008 (arresto da due a quattro mesi od ammenda da 1.000 a 4.800 euro);
    • l’inadempimento all’obbligo di mantenere in efficienza i DPI e di assicurarne le condizioni d’igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie e secondo le eventuali indicazioni fornite dal fabbricante, con l’applicazione delle sanzioni penali previste dall’art. 87 c. 2° lett. d) del citato D.Lgs N° 81/2008 (arresto da tre a sei mesi od ammenda da 2.500 a 6.400 euro).
  3. − CIRCA LA RETRIBUZIONE DEI TEMPI NECESSARI ALLA VESTIZIONE ED ALLA SVESTIZIONE DELL’UNIFORME, NELL’IPOTESI IN CUI VENGA IMPOSTO AL LAVORATORE DI PROVVEDERVI AL DI FUORI DEI LUOGHI DI LAVORO O DELL’ORARIO GIORNALIERO DI LAVORO.

    La questione della retribuzione dei tempi necessari alla vestizione ed alla svestizione dell’uniforme, nell’ipotesi in cui venga imposto al lavoratore di provvedervi al di fuori dei luoghi di lavoro o dell’orario di lavoro, dovrebbe venire risolta attraverso l’adeguamento funzionale dei medesimi luoghi di lavoro (tramite creazione di locali spogliatoi, debitamente arredati), e provvedendo a tali operazioni all’interno dell’orario giornaliero di lavoro.
    Diversamente, posto che la giurisprudenza prevalente ritiene non retribuibile il lavoro (pubblico) straordinario svolto in mancanza di preventiva formale autorizzazione, l’unica tutela legale azionabile dal lavoratore resta la proposizione di una domanda giudiziale, volta ad ottenere la condanna dell’Amministrazione Comunale al pagamento di un’indennità, ai sensi dell’art. 2041 c.c..
    Anche in quest’ultima ipotesi, il lavoratore dovrà allegare ai fatti il riconoscimento dell’utilità della prestazione da parte dell’Amministrazione Comunale; il quale potrebbe, anche in questo caso, risultare implicito.

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